In principio c’era un Giardino

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Apriamo un testo famoso, scritto più di duemila anni fa, ma pensato e raccontato molto prima. Siamo in Oriente, dalle parti dei grandi fiumi, Tigri ed Eufrate. All’inizio di tutto ci sono carovane che vanno vengono, sovrani che reggono grandi territori e infine narratori, poeti, cantori e saggi a raccontare, cantare e spiegare il mondo…
Tra tutte le storie partite dalle Terre dei Fiumi, il Tigri e l’Eufrate, Terre del Re dei Re, una diceva l’origine del mondo, l’inizio delle creazione e diceva quasi così in un testo chiamato Canto del Re, oppure  Legge, oppure Libro dei Libri e alla fine solo Libri. Erano ancora i soli libri pubblici di quelle terre in Oriente. Tanti li lessero e li copiarono, in ebraico antico nelle terre dei pastori in riva al mare, in greco dei saggi di Alessandria, e poi nella lingua dei nuovi conquistatori del mediterraneo, il latino.

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. (…) Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Il mondo era stato fatto così. E lo scriba lo chiamò Prima Stanza. Ma mancava qualche cosa. Al centro del mondo c’è la Terra con tutti i suoi viventi. Anche quelli erano stati creati, ognuno con la sua funzione e ordine. Era bello elencarli e dare loro un nome. E l’uomo veniva creato e riceveva un suo posto, collocato, come un re nel suo giardino, al centro di un bellissimo Eden, dove avrebbe potuto vivere per sempre felice, lontano dalle guerre e dalla morte, dalle invidie e dalle vendette, dalle costrizioni e dalle divisioni. L’uomo non era solo, era coppia, maschio e femmina come tutti i viventi. Sole e Luna, leone e leonessa.

Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».

Lo scriba soffiò il suo alito caldo sul papiro ancora aperto davanti a lui, chiuse la cannuccia nella sua custodia, chiuse il calamaio e si fermò. Guardò la sua opera e vide che era buona. Adesso noi siamo dunque sulla traccia di questi nostri antichi. Ci han dato un senso, una forma, una via. Possiamo continuare sul loro cammino e leggere le vecchie pagine o le nuove. Possiamo continuare la scrittura e riscrivere le meraviglie e il nostro Giardino. Perché ci è stato detto che noi “Siamo un Giardino!”, che il Giardino siamo noi.

È diversa la forma se diversa è la posizione. Cominciamo dunque a stare attenti alle parole. La parole sono diverse, non dicono tutte le stesse cose e sono incatenate l’una all’altra ma vanno in luoghi lontani dal Giardino, periferici, collaterali, confinanti: Giardino serra parco vivaio – coltivazione semenzaio riserva peschiera limonaia pergola – oasi paradiso eden – aiuola paesaggio – verde verdura verzura – seminare crescere verdeggiare maturare imbiondare seccare…

Siamo partiti da un testo antico, un tentativo di dare spiegazione al mondo, alla sua origine, a soprattutto al suo presente. Il testo ha prodotto poesie, racconti, altri testi. Alcuni sono divenuti intoccabili, religiosi e sacri. Noi abbiamo libertà di movimento in nome dell’arte e della versatilità della scrittura. Possiamo scrivere come ci è consono, utilizzando i generi o forme sopra elencati. Quali scegliere? Pensiamo al lettore non a noi: il lettore ama sognare, perdersi in storie anche piccole, scoprire nuovi personaggi.  Le forme o generi migliori per farlo sono due: il racconto breve, sotto forma di aneddoto, di favola o fiaba, di storiella; il dialogo: commentato o nudo, senza commenti. E poi c’è il contenuto: i nostri testi saranno senz’altro interpretazioni e desideri, ricerca di senso e inviti a progettare un mondo diverso, ma non in forma di discorsi, prediche, saggi filosofici. Noi utilizziamo una scrittura che rivela e nasconde, allude, invita il nostro lettore attraverso la forma antica del racconto.

Seguono alcuni esercizi:

  1. Alcune formule per trovare le storie che vogliamo raccontare:

  • Ogni tanto faccio questo sogno
  • Mi ricordo che / di
  • C’era un volta
  • Mia nonna raccontava sempre…
  • Ho sentito raccontare una storia. Diceva così….
  • Ho letto un giorno che…

2. E poi ci sono personaggi e situazioni. Scrivo immaginando di essere:

  • un bambino al giardino zoologico
  • Dio che crea
  • Adamo che riceve la creazione
  • Adamo che riceve il giardino dal Creatore
  • Lo scriba babilonese seduto al suo deschetto
  • La Luna che canta la sua origine
  • Il fiume Eufrate che dialoga con i suoi quattro fratelli fiumi 
  • un monaco medioevale che racconta
  • un sogno: ero nel Paradiso
  • il poeta moderno che fugge dal Paradiso
  • un bambino che visita il giardino segreto di una vicina misteriosa…

Estratti dal Diario di Adamo

Lunedì – Questa nuova creatura dai capelli lunghi mi sta sempre intorno. Gira continuamente e mi segue dappertutto. Non mi piace questa faccenda; non sono abituato alla compagnia. Vorrei che stesse con gli altri animali… Oggi è nuvolo, c’è vento da est; credo che avremo la pioggia… Avremo? Dove ho preso questa parola? Adesso me lo ricordo: è questa nuova creatura che la adopera.
M
artedì – Sono stato ad esaminare la grande cascata. È la cosa più bella di tutta la proprietà, credo. La nuova creatura la chiama Cascate del Niagara: diamine, io non so di certo. Dice che somiglia alle Cascate del Niagara. Questa non è una ragione, è solo caparbietà e stupidaggine. Io non ho mai voglia di dare un nome alle cose; la nuova creatura invece dà un nome a tutto quello che le capita davanti, prima che io possa protestare. E si serve poi sempre dello stesso pretesto: somiglia a questo, somiglia a quello. Prendiamo il dodo per esempio. Dice che appena si guarda, si vede subito che “sembra un dodo”. E si chiamerà così. Mi logora il crucciarmi su queste scorie, e oltretutto non serve a nulla. Dodo! Non somiglia a un dodo più di quanto non gli assomigli io.
Giovedì – Costei continua senza sosta a mettere nomi a tutto, qualunque cosa io faccia. Avevo un bellissimo nome per questa proprietà, molto musicale e simpatico: Giardino dell’Eden. Tra me continuo a chiamarlo così, ma con lei non più. La nuova Creatura dice che è tutto boschi rocce e panorami e perciò non ha alcuna rassomiglianza con un giardino. Dice che assomiglia a un parco, nient’altro che un parco. Di conseguenza, senza neppure consultarmi, gli ha dato un nome nuovo: Parco delle cascate del Niagara. È abbastanza prepotente, mi sembra, e vi ha già messo un cartello: Si prega di non calpestare l’erba. La mia vita non è più felice come prima.

(Mark Twain, Diario di Adamo ed Eva)